Bignami – La Carta del Bene Comune

La Carta del Bene Comune

Lo scorso Cremona Mercoledì 5 ottobre ore 21 Presso Acli provinciali, via Massaia 22 si è svolto un Incontro sul tema ‘Le Acli Fedeli alla democrazia nata dalla Costituzione’. Proponiamo l’interessante sintesi della relazione di don Bruno Bignami, teologo moralista. Alla serata ha partecipato anche il prof. FILIPPO PIZZOLATO, docente di Istituzioni di Diritto pubblico alla Università Bicocca e di dottrine dello Stato alla Cattolica. Ha coordinato la Carla Bellani, presidente Acli provinciali

Cremona Referendum Costituzionale LA CARTA DEL BENE COMUNE di Bruno Bignami

di Bruno Bignami – welfarenetwork.it, 11/10/2016

1.Il Principio Costituzionale

Nel vivere civile la Costituzione non è una carta tra le altre, né una semplice legge che dirige i meccanismi di funzionamento di un Paese. E’ molto di più. E’ la norma fondamentale che esprime un certo ideale di convivenza civile. Fa riferimento a valori condivisi, una sorta di minimo etico ritenuto patrimonio irrinunciabile della comunità e perciò da promuovere e tutelare. La Carta costituzionale è riconoscimento dei precisi limiti dell’autorità statale, è riferimento cui appellarsi di fronte agli abusi sia del potere politico che dei cittadini, è l’incontro solenne e condiviso sui valori etici fondamentali e sulle regole del funzionamento di una democrazia che voglia dirsi tale.

I valori non sono tali perché vengono costituzionalizzati, ma in quanto valori in cui ci si riconosce, quasi come punto di incontro superiore tra le diverse istanze e le diverse appartenenze sociali che abitano un Paese. Pertanto, si scrive insieme la Costituzione perchè luogo di sintesi condivisa. Il corpo costituzionale è il primo autorevole paradigma di confronto per tutto il corpo legislativo di uno stato.

Queste generiche considerazioni vanno riferite all’attuale progetto di riforma sul quale come cittadini è richiesto un consenso il prossimo 4 dicembre. E’ vero che non è in gioco la prima parte, prettamente valoriale della Costituzione, il cui impianto non è affatto in discussione. E’ però anche vero che qualsiasi progetto di riforma si deve basare su una coerenza di fondo con i diritti e doveri annunciati nella prima parte. L’attuale riforma riscrive l’organigramma del funzionamento dello Stato, a partire dal nuovo modo di disegnare i rapporti tra Camera e Senato, fino al rapporto Stato-regioni, questione ormai di decennale rilevanza e mai risolta sul piano delle competenze tra questi due livelli di legislazione.

Siccome la Carta costituzionale è la carta del bene comune, si richiede che tutti (o comunque la stragrande maggioranza dei cittadini) si riconoscano nelle sue indicazioni: ognuno deve un po’ sentirla sua…

2.I criteri per discernere tra il «sì» e il «no»

Come muoversi, dunque, davanti alla scelta tra il sì e il no? Potrebbero essere di aiuto i criteri di discernimento presenti in Evangelii Gaudium (EG) 222-237, a proposito del rapporto tra il bene comune e la pace sociale. L’indicazione che proviene da papa Francesco è che i cittadini responsabili devono sentirsi moralmente obbligati alla partecipazione sociale e politica (n.220), ma si ricorda che «diventare un popolo è qualcosa di più, e richiede un costante processo nel quale ogni nuova generazione si veda coinvolta» (EG 220). Il primo compito è dunque quello di formare le coscienze a un esercizio responsabile della democrazia, che significa uscire dalle anguste e meschine logiche di fare della consultazione sulla riforma costituzionale una decisione sul futuro del governo o una semplice conta di chi sta da una parte e dall’altra. Non servono gli occhi del tifoso! La partecipazione funziona nella misura in cui si offrono alle coscienze strumenti non solo per capire cosa è in gioco, ma criteri etici per un discernimento competente.

L’esortazione apostolica EG ne suggerisce quattro:

a. Il tempo è superiore allo spazio

«Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici» (EG 223).

Le domande per noi diventano: quali processi inaugura questa riforma costituzionale? In che direzione? Si legge dietro più la preoccupazione di offrire una risposta all’oggi o uno sguardo di prospettiva che guarda un po’ più in là? E’ una riforma lanciata sui prossimi venti, trenta, cinquant’anni di buon funzionamento del Paese o sui prossimi cinque mesi di governo o cinque anni di politica italiana, quando una nuova maggioranza potrà modificarla a proprio uso e consumo?

b. L’unità prevale sul conflitto

«La diversità è bella quando accetta di entrare costantemente in un processo di riconciliazione, fino a sigillare una specie di patto culturale che faccia emergere una “diversità riconciliata”» (EG 230).

Dietro alla presente riforma si intravede una società che cerca di elaborare e superare i conflitti verso una comunione di differenze o si consuma una spaccatura che potrebbe avere conseguenze sul futuro della nostra democrazia? La diversità non la possiamo nascondere sotto il tappeto ma deve andare verso una promettente sintesi: c’è questa preoccupazione nel dibattito attuale? Analizzando il percorso della riforma, possiamo dire che frutto di un’elevata condivisione che produce riconoscimenti e unità, oppure, al contrario, si avverte rifiuto? Cosa è mancato e cosa manca per creare riconciliazione?

c.La realtà è più importante dell’idea

«È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma. Da qui si desume che occorre postulare un terzo principio: la realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza» (EG 231).

La comunità civile non si rifugia nei principi astratti che vanno bene per tutti e per nessuno. Le idee pure riducono tutto a retorica. La riforma costituzionale quale realtà promuove, a livello di partecipazione socio-politica, a livello di fiducia tra le istituzioni, a livello di funzionamento della democrazia? Qui sarebbe utile il contributo dei costituzionalisti che potrebbero opportunamente aiutarci a capire quale scenario si apre a partire dalla riforma, ma soprattutto e concretamente, quale democrazia ci aspetta in futuro. La concretezza, tra l’altro, ci obbliga a fare i conti con una classe politica presente nel Paese, che non va idealizzata, ma presa sul serio: quali competenze si vedono? Quale concetto di bene comune stanno realizzando? Come scrive il gesuita F. Occhetta:

«Come ogni riforma che fissa nuove regole, il gioco dipende dalla qualità dei suoi giocatori. Su questo versante non è data alcuna garanzia, al di fuori di un alto spirito civico di ritorno alla politica ispirata dai princìpi costituzionali e da una seria responsabilità di costruzione del bene comune» (F. Occhetta, «La riforma della Costituzione», in La Civiltà Cattolica II (2016) 3982, 341).

d. Il tutto è superiore alla parte

 «Il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. Dunque, non si dev’essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi. Però occorre farlo senza evadere, senza sradicamenti. È necessario affondare le radici nella terra fertile e nella storia del proprio luogo, che è un dono di Dio. Si lavora nel piccolo, con ciò che è vicino, però con una prospettiva più ampia (235).

Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità. Persino le persone che possono essere criticate per i loro errori, hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto» (EG 236).

Le esigenze del bene comune richiedono pertanto di allargare il proprio orizzonte, che non può insabbiarsi nelle logiche particolaristiche e di bottega. La riforma in questione, collegata al dibattito sulla legge elettorale, salvaguarda l’insieme o accentua i particolari? E’ la riforma di qualcuno o è di tutti? Tiene conto delle differenze e le conduce a una sintesi più elevata o è racchiusa in logiche esclusivamente di potere? Porterà benefici all’esercizio della democrazia di un popolo o favorirà la crisi democratica verso derive oligarchiche?

In un momento particolare, come il cambiamento d’epoca in cui viviamo, la riforma della Carta del bene comune non è un esercizio superficiale della democrazia. Tanto più che ci troviamo in un contesto di depressione democratica: chi vota si accorge di non avere potere davanti a poteri non eletti democraticamente che decidono della vita e del bene degli altri sprovvisti di legittimità. La democrazia consegna a ciascun cittadino un pezzo di potere, ma nulla garantisce che poi sia esercitato responsabilmente e che conti davvero. Il dibattito sulla riforma potrebbe farci uscire da una visione individualistica dei processi democratici: ce la faremo?