Per il No al referendum, per l’attuazione dei diritti negati

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La crisi della democrazia rappresentativa, del Parlamento e dei corpi intermedi della società (con le politiche dei grandi partiti subalterne agli interessi della finanza internazionale e con la sempre più debole presenza dei sindacati non conflittuali nelle realtà produttive e nella difesa dei lavoratori) unitamente al tramonto delle ideologie non mercantili, ha provocato, nell’ultimo trentennio, un progressivo depauperamento del valore ideale, sociale e civile della Carta del ‘48.

I diritti costituzionali al lavoro, alla salute, all’istruzione, alla libertà dell’informazione e della cultura, che avevano trovato, a seguito di una intensa e straordinaria stagione di lotte, prime e concrete  forme di attuazione  negli anni  Settanta  hanno subito e stanno subendo un continuo attacco  condotto  dalle classi dirigenti  attraverso una martellante offensiva “ideologica” (veicolata da tutta la grande stampa e dalla quasi totalità delle televisione pubbliche e private)  ed una  legislazione “restauratrice” che ha cancellato le maggiori conquiste democratiche dei lavoratori.

Il “picconamento” dei diritti, la loro totale  subordinazione alla logica del mercato e del profitto, la riduzione della politica a pura amministrazione e gestione dell’esistente, le politiche neoliberiste dello Stato nazionale e delle istituzioni europee con cessione di sovranità del primo rispetto alle seconde hanno  di fatto diffuso, in ampi settori della cittadinanza ed in particolare tra le classi più deboli, la convinzione che la Costituzione del ’48, per quanto ritenuta da molti ancora importante ed attuale, abbia ormai una funzione puramente  ornamentale, perché sempre più priva di qualsiasi possibilità di tradursi  in un corpo di leggi ordinarie  coerentemente volto alla realizzazione di una società democratica, alla soddisfazione dei bisogni delle persone, al superamento delle  diseguaglianze sociali.

La società globalizzata, i totem della crescita e del produttivismo, la reazione della oligarchia finanziaria alle conquiste del mondo del lavoro hanno esteso i conflitti (capitale-ambiente e capitale-democrazia) e, attraverso riforme fiscali non progressive, la privatizzazione dei servizi locali, la mercificazione dei beni comuni ed il blocco dei contratti, hanno determinato il passaggio di sempre più risorse dai salari ai profitti, dal lavoro alle rendite. Nel mondo del lavoro sono diminuiti diritti e salari e c’è un aumento strutturale del lavoro precario e della disoccupazione, così come della povertà assoluta e di quella relativa. Le diseguaglianze hanno assunto dimensioni maggiori, si è notevolmente accresciuto il divario tra la parte più ricca della società e quella che invece lotta per sopravvivere.  In tale contesto, emergono con forza aspirazioni per un Nuovo Stato Democratico che garantisca il ben vivere dei cittadini attraverso nuove istanze di partecipazione e di decentramento, il rispetto dei diritti sociali, una conversione ecologica dell’economia, un’equa redistribuzione delle risorse, la salvaguardia dell’ambiente e della natura, una gestione partecipata dei beni comuni.

Ad aggravare l’attuale crisi economica, sociale e politica è giunta la riforma costituzionale Renzi-Boschi che vuole cambiare la Costituzione in modo diametralmente opposto alle aspirazioni ed ai bisogni del popolo: accentramento dei poteri e non una loro articolazione equilibrata, democrazia di appropriazione e non democrazia di partecipazione, dirigismo governativo e non partecipazione delle comunità e dei territori, espropriazione delle comunità dalla gestione del proprio territorio e dei suoi beni comuni.

Gli obiettivi della riforma costituzionale dichiarati dai loro autori, come la semplificazione, la riduzione dei costi, il potenziamento delle regioni, etc. non sono veritieri e non sarebbero mai realmente raggiunti se malauguratamente tale riforma venisse confermata dal referendum. Il vero obiettivo della riforma invece, come sappiamo, è quello di eseguire, condividendone la natura neoliberista, i diktat della finanza internazionale e della Troika europea volti ad un abbassamento dei salari e dei diritti, alla privatizzazione dei servizi locali e dei beni comuni, allo svilimento delle autonomie locali.

Lo svuotamento di fatto già avvenuto del dettato costituzionale non viene cioè ancora ritenuto sufficiente dalle classi dirigenti, che intendono procedere ancora più a fondo nella loro opera di demolizione colpendo con la suddetta riforma l’architettura istituzionale dello stato democratico, premessa indispensabile per poi poter modificare la parte della Carta relativa ai principi. Oggi, dopo aver configurato una nuova costituzione materiale fondata sulle ragioni dell’impresa e del mercato, “la restaurazione” ha necessità di completare l’opera adeguando la prima parte della Costituzione alla nuova realtà effettuale. Passaggio essenziale per il raggiungimento di questo obiettivo è la modifica dell’assetto istituzionale (riforma Renzi-Boschi), propedeutica ad un successivo intervento (probabilmente non lontano nel tempo se nel referendum autunnale dovessero prevalere i SI) sui principi fondamentali e sui diritti civili e sociali. Questo ampio progetto di revisione ha tra le sue finalità anche la neutralizzazione degli effetti di eventuali iniziative della Magistratura che, di fronte a leggi ordinarie licenziate per soddisfare le esigenze del capitale, non potrà più invocare il contrasto tra queste e lo spirito della Costituzione.

D’altra parte questa riforma costituzionale, in un quadro di ossequio e condivisione delle varie governance neoliberiste, segue quelle del Jobs Act, dello Sblocca-Italia, della Buona-Scuola, della privatizzazione dell’acqua, degli altri beni comuni e dei servizi locali e, nelle intenzioni del Governo, dovrebbe precedere quelle future sulle grandi opere e sulle privatizzazioni dei beni comuni e del patrimonio artistico e paesaggistico del nostro Paese.

Con la riforma quindi diventerebbe ancora più forte il contrasto tra gli articoli della prima parte della Costituzione ed il mancato rispetto dei diritti sociali quali quello del lavoro, del reddito, dell’abitare, della salute, della formazione. etc.

Nessuno pensa che la Costituzione sia inemendabile. Se rimane condivisibile l’impianto dei principi fondamentali vanno invece aggiornate le modalità e gli strumenti per realizzarli. Accanto al lavoro salariato, divenuto ormai solo una mera merce sempre più mal pagata, precarizzata, annullata o sostituita dalle tecnologie, occorre considerare il lavoro volontario ed il suo rapporto col tempo libero e col rispetto della natura; bisogna prevedere, affianco a forme di democrazia rappresentativa, forme di democrazia diretta e partecipata, nuove istituzioni che consentano l’autodeterminazione delle comunità per gli interventi nei loro territori; al pareggio di bilancio bisogna sostituire il reddito minimo garantito; la salvaguardia dell’ambiente e del clima deve aggiungersi ai principi fondamentali così come occorre puntare ad una conversione ecologica dell’economia;  va introdotto il concetto di bene comune e di una sua gestione partecipata.

L’attuazione dei valori e dei diritti previsti dalla prima parte della Costituzione, a partire dal contrasto alla controriforma Renzi-Boschi, potrebbe rappresentare una piattaforma unificante e coinvolgente per un vero e proprio progetto sociale e politico, alternativo a quello neoliberista dell’attuale classe dirigente (politica ed imprenditoriale) ed allo smantellamento del nostro sistema di diritti. Una piattaforma ed un progetto che avrebbero come obiettivo la rinascita sociale e democratica del nostro Paese a partire dal superamento della crisi attuale che colpisce sempre più la salute, il reddito e la dignità delle persone.

Ovviamente una simile piattaforma deve intrecciarsi con le mobilitazioni in atto, coi conflitti sociali nei territori, con le lotte sempre più diffuse (anche se frammentarie) dei lavoratori e dei cittadini a difesa del lavoro, del reddito e dell’ambiente, con le buone pratiche delle reti di economia sociale e solidale.

Bisogna quindi puntare ad una grande battaglia per la conquista dei diritti negati; battaglia che abbia nel referendum un appuntamento importante ma che preceda e segua il referendum stesso per realizzare una vera Democrazia Costituzionale. Bisogna costruire dal basso una mobilitazione che coinvolga tutti i cittadini sensibili alla difesa della democrazia ed al rispetto dei diritti sociali e che punti all’annullamento della riforma Renzi-Boschi e delle leggi ordinarie approvate negli ultimi mesi (Sblocca Italia, Jobs Act, Italicum, Buona Scuola, decreto Madia, etc.).

In questa prospettiva di progetto e di azione sociale e politica riteniamo che il nostro Coordinamento debba sopravvivere al referendum per poter perseguire un progetto di reale Democrazia Costituzionale.

Coordinamento Democrazia Costituzionale di Napoli

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