Pertici – Referendum costituzionale: un solo voto su tutta la riforma

di Andrea Pertici – possibile.com, 11/07/2016

L’ampia riforma costituzionale sarà certamente sottoposta agli elettori che decideranno se confermarla o no. Tutta quanta con un solo voto.

La questione è oggetto di discussione perché alcuni ritengono contrario alla libertà di voto – sancita all’art. 48 della Costituzione – costringere una singola persona ad esprimersi su tutte quante le questioni con un solo voto. Magari qualcuno vorrebbe eliminare il Cnel, in effetti, ma vorrebbe evitare di rinunciare al proprio diritto di voto per il Senato per consegnarlo a qualche consigliere regionale; magari altri vorrebbero cambiare le maggioranze per eleggere il Presidente della Repubblica, ma non estendere le immunità parlamentari anche ai sindaci e ai consiglieri regionali, e così via.

In effetti, la Corte costituzionale ha affermato – a partire dalla sentenza n. 16 del 1978 (a proposito dell’ammissibilità dei referendum abrogativi) – che il quesito posto agli elettori deve essere omogeneo, e cioè non contenere una pluralità di domande, perché l’espressione del voto sia effettivamente libera.

Tuttavia, nel caso del referendum abrogativo la domanda è formulata dai promotori, sui quali grava l’onere di rispettare l’omogeneità del quesito, che sarà poi giudicata, appunto, dalla Corte costituzionale. Nel caso del referendum costituzionale, invece, l’oggetto della domanda – secondo quanto stabilito all’art. 138 della Costituzione e poi ribadito dalla legge di attuazione (art. 4 della legge n. 352 del 1970) – è determinato dal testo della legge costituzionale approvato dalle Camere (e come tale pubblicato nella Gazzetta ufficiale), e per il quale, in base all’esito del referendum, si procederà o no alla promulgazione. Ove la legge sia promulgata, seguirà la pubblicazione e quindi l’entrata in vigore.

L’omogeneità, quindi, sostanzialmente dipende dalle scelte compiute dalle Camere che alcune volte hanno approvato testi omogenei e altre no. In proposito ricordiamo come, secondo l’impostazione fatta propria dal Governo Letta (attraverso il disegno di legge sul procedimento da seguire, poi abbandonato), ci sarebbero dovuti essere più progetti di legge, ciascuno dei quali «omogeneo e autonomo dal punto di vista del contenuto e coerente dal punto di vista sistematico». Queste caratteristiche non sono riscontrabili nel testo approvato, di cui anzi potremo constatare le numerose incoerenze e contraddittorietà, e che soprattutto contiene evidentemente parti che sarebbero potute essere oggetto di interventi separati (si pensi all’abolizione del Cnel o alla esclusione del Senato dal rapporto fiduciario o al quorum del referendum abrogativo). Tuttavia, secondo il sistema vigente il referendum – a fronte dell’unicità della legge approvata – non può che essere unico.

Proprio perché il quesito sembra dover avere ad oggetto l’intera legge approvata dalle Camere, alcuni ritengono che, in effetti, il procedimento di cui all’arti. 138 Cost. non sia utilizzabile per revisioni ampie, concernenti comunque una pluralità di questioni, soprattutto ove non si proceda con un’approvazione in seconda deliberazione a maggioranza dei due terzi.

Tuttavia, pur potendo ammettere che il Costituente abbia concepito la norma come destinata essenzialmente a revisioni puntuali, deve constatarsi, da un lato, che non esiste alcuna espressa limitazione in tal senso e, dall’altro, che in ogni caso sarebbe arduo stabilire quali siano i limiti della puntualità o dell’omogeneità della revisione.

In sostanza, l’elettore dovrà fare un bilanciamento dell’intero testo ed esprimere una scelta complessiva, nella quale il proprio voto potrebbe risultare almeno in parte coartato: ove apprezzasse, infatti, solo alcune delle disposizioni contenute nella legge costituzionale dovrebbe scegliere se accettare con queste anche quelle che vorrebbe invece rifiutare, o, al contrario, respingerle tutte per non consentire l’approvazione anche di quelle alle quali è contrario. Come evidente, si tratta di una scelta molto impegnativa, la cui complessità sconsiglia che venga gravata da ulteriori considerazioni, certamente esotiche e di minore importanza, come la “fedeltà” a questo o a quel partito o la preoccupazione per il destino di singoli uomini e donne di passaggio o di Governi pro-tempore. La Costituzione, infatti, è – per dirla con la Corte Suprema nella decisione ex parte Milligan del 1866 – «una legge per i governanti e per il popolo sia in tempo di guerra sia in tempi di pace e copre con lo scudo della sua protezione tutte le classi di uomini, in ogni tempo e in ogni circostanza». Essa, quindi, deve essere concepita per durare a lungo. Per questo, il voto sulla modifica di una così grande parte della Costituzione repubblicana deve essere espresso senza l’ingombro di altre valutazioni e nella consapevolezza di ciò su cui ci si esprime.