Le mie ragioni del NO alla Riforma Costituzionale

welfarenetwork.it, 17/09/2016

Egregio Direttore, vorrei intervenire sulle colonne del suo quotidiano per dare il mio contributo al dibattito tra gli opposti schieramenti in merito al prossimo referendum confermativo della riforma costituzionale Boschi – Renzi.

di Lapo Pasquetti – SEL Cremona

Ho seguito per radio con molto interesse il confronto svoltosi alla festa dell’Unità di Bologna tra Smuraglia e Renzi e devo riconoscere al Partito Democratico nazionale il merito di aver ospitato all’interno della propria festa un dibattito sicuramente utile, almeno nelle intenzioni, a comprendere il contenuto della riforma. D’altra parte è innegabile che la contrapposizione tra No e Sì sia una problematica di un certo peso anche all’interno del partito democratico.

Smuraglia, applauditissimo seppur in campo avverso, ha affrontato il merito della riforma illustrando le proprie critiche al testo e le conseguenze pratiche sull’assetto istituzionale, articoli alla mano.

Renzi, sfoderando la propria arguzia e sagacia da buon toscano, sapendo di giocare in casa, ha reso il dibattito sicuramente brillante ricorrendo non di rado anche al sarcasmo, preoccupandosi però sempre di spostare l’attenzione su argomenti di contorno per sottrarsi al confronto sul merito con un solo accenno al testo del quesito referendario, rispetto al quale, così come è stato congegnato, difficilmente qualcuno sarebbe in disaccordo (“Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione ?”)

scheda-fac-simile

Ma il quesito è solo la superficie della questione; il contenuto normativo il vero nodo.

La riforma tocca più aspetti del funzionamento dello Stato: la riforma del Senato, i costi della politica, il CNEL e i rapporti tra Stato e Enti locali.

Mi vorrei soffermarmi sulla riforma del Senato, per non appesantire la lettura, tornando sugli altri temi in altra occasione.

Il Senato è il secondo più importante organismo Costituzionale dopo la Presidenza della Repubblica. E’ eletto a suffragio universale e diretto, su base regionale; ha pari potestà legislativa con la Camera e ne costituisce il contrappeso politico. Il problema del bicameralismo paritario è dovuto alla possibilità, visto il diverso metodo elettorale dei rispettivi componenti, che nelle due camere si formino maggioranze diverse, l’una che valorizza la politica nazionale dei partiti, l’altra la politica regionale con possibili conseguenti stalli nel processo di formazione delle leggi; questo sistema garantisce tuttavia alle Regioni e agli Enti locali di determinare e condizionare gli indirizzi politici del Paese. Negli Stati Uniti, tanto per fare un esempio, con le elezioni di Midterm, si può addirittura verificare che il Presidente, capo del governo, a metà mandato perda la maggioranza che lo sosteneva nel Congresso (come avviene oggi con la presidenza Hobama); ma ciò non viene considerato un vulnus nel funzionamento del sistema, bensì una garanzia democratica.

La riforma parte dal presupposto errato che il bicameralismo paritario sia un intralcio all’azione del governo, quindi si è previsto di modificare la composizione del Senato intervenendo sul numero dei suoi componenti, sul metodo di elezione e, infine, sulle competenze.

La “riduzione del numero dei parlamentari … per il contenimento dei costi delle istituzioni” cui fa riferimento il testo del quesito referendario riguarda in realtà solo i Senatori che da 315 diventeranno 100, con una riduzione di oltre 2/3. Il numero dei Deputati invece resta invariato; la riforma avrebbe potuto ridurre proporzionalmente sia Deputati che Senatori; secondo Renzi ridurre il numero dei Deputati sarebbe stato impraticabile; in realtà questa ipotesi non è mai stata presa in considerazione, neppure nel disegno di legge originario. Ma ci si poteva spingere anche oltre, abolendo del tutto il Senato; ma ciò avrebbe scatenato giustamente le dure proteste delle Regioni. Quindi si è preferito mantenere un Senato di facciata, ma praticamente svuotato di ogni potere significativo, dalla fiducia alla funzione legislativa, con risparmi poi non così significativi visto che l’apparato burocratico e gli uffici senatoriali di fatto rimarranno in funzione.

Secondo i riformatori il nuovo assetto garantirà effettiva rappresentanza alle Regioni in Parlamento e importanti funzioni decisionali agli enti locali.

Non è così. I nuovi 100 Senatori non saranno più eletti a suffragio universale e diretto dai cittadini ma dai Consigli regionali: 22 scelti fra i Sindaci, uno per Regione e uno per ciascuna provincia autonoma; 73 tra i Consiglieri regionali (ogni regione avrà una quota di seggi in base alla popolazione con un minimo di due); 5 scelti dal Presidente della Repubblica.

Non è però ancora chiaro come saranno attribuiti i seggi e come saranno scelti i futuri senatori tra i Consiglieri regionali e i Sindaci (la cosa non è di poco conto, tenuto conto del ruolo che dovranno svolgere i Senatori: tanto per capirsi, senza offendere nessuno, un conto è eleggere Senatore il Sindaco di Pessina altra cosa è eleggere Senatore il Sindaco di Roma o Milano). Tra i poteri del Senato vi è un potere legislativo congiunto con la Camera per materie costituzionali e istituzionali; ogni altra legge, anche quelle con cui lo Stato, su proposta del Governo, decide di intervenire su materie di competenza esclusiva delle Regioni, spogliandole del potere legislativo riservato,  è approvata dalla sola Camera e il Senato può chiederne l’esame nel termine di dieci giorni (potere che resterà solo sulla carta visto che i Senatori, Sindaci e Consiglieri regionali, non saranno retribuiti per la funzione e potranno vedersi in Senato per votare e decidere di esaminare i testi di legge assai raramente, si parla al massimo di un incontro alla settimana, tutto a proprie spese).

Allora è del tutto evidente che in realtà la riforma lascerà un Senato simulacro, dalla composizione ancora non definita (sarà una futura legge dello Stato ancora ignota e da scrivere a stabilire le procedure) e un potere di intervento alle Regioni solo sulla carta, ma di impossibile applicazione pratica dato il brevissimo termine concesso al Senato per richiedere l’esame delle leggi e proporre emendamenti, a cui si affianca la possibilità per il Governo di chiedere alla Camera di legiferare anche nelle materie di competenza esclusiva delle Regioni “quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale” (vale a dire “a piacimento del Governo”).

Una riforma del Senato e del titolo V fatta esclusivamente per togliere il potere alle Regioni a tutto vantaggio del potere centrale del Governo e della Camera che sola gli dà la fiducia, e non per altro.

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